Sovrapposizione: la regola che permette di comporre gli stati
Il principio di sovrapposizione stabilisce quali nuovi stati possiamo descrivere combinando stati già ammessi. Non riguarda soltanto una figura di interferenza: appartiene alla struttura matematica della meccanica quantistica. Dopo aver introdotto spazi vettoriali, rappresentanti complessi e normalizzazione, la domanda diventa precisa: che significato fisico attribuiamo alla somma di due vettori di stato? La risposta richiede di distinguere una combinazione coerente da una scelta casuale fra preparazioni.
L’enunciato e le sue condizioni
Consideriamo due vettori di stato |u⟩ e |v⟩ dello stesso sistema, appartenenti a uno spazio degli stati nel quale sono ammesse le loro sovrapposizioni. Per coefficienti complessi α e β, la combinazione
|w⟩ = α|u⟩ + β|v⟩
rappresenta, se non nulla e dopo normalizzazione, uno stato puro ammesso dal modello. Il vettore nullo va escluso: non rappresenta uno stato fisico. Non stiamo sommando una particella a un’altra, ma costruendo una diversa preparazione possibile dello stesso sistema. La composizione di sistemi distinti richiede un’altra operazione, il prodotto tensoriale.
La chiusura rispetto alle combinazioni lineari è una proprietà matematica. Il contenuto fisico del principio consiste nell’assumere che quelle combinazioni rappresentino stati e che le loro ampiezze intervengano nelle previsioni. Un elenco di vettori, privo di regole per preparazione e misura, non costituisce ancora una teoria fisica.
Il principio di sovrapposizione riguarda la composizione delle ampiezze di stato. Non afferma che due risultati incompatibili vengano registrati insieme nella stessa misura.
I coefficienti stabiliscono quale stato viene composto
Fissiamo due stati ortonormali |0⟩ e |1⟩ e scriviamo uno stato normalizzato:
|ψ⟩ = α|0⟩ + β|1⟩, con |α|² + |β|² = 1.
La condizione richiama la normalizzazione già studiata. Qui interessa ciò che essa non determina: conoscere i moduli dei coefficienti non fissa la loro fase relativa. I coefficienti non sono percentuali di materia distribuita fra due oggetti; sono ampiezze complesse riferite agli stati scelti.
Se α e β sono entrambi non nulli, la combinazione non coincide con uno dei due stati di base. Se uno dei coefficienti è zero, resta un solo componente. Per due vettori linearmente indipendenti, le combinazioni generano il sottospazio da essi individuato: non l’intero spazio di un sistema che possieda ulteriori dimensioni.
Occorre anche una convenzione coerente per i rappresentanti. Sostituire |1⟩ con eiχ|1⟩ nella base richiede di sostituire β con e−iχβ per descrivere lo stesso |ψ⟩. Tenere fermo β mentre si cambia fisicamente la fase della seconda componente è invece un’altra operazione. La somma non è una ricetta univoca applicabile a due raggi senza specificare anche i coefficienti e le convenzioni di fase.
La somma entra nella previsione prima del modulo quadrato
Supponiamo che un esito di una misura proiettiva sia associato al vettore unitario |f⟩. Poniamo a = ⟨f|0⟩ e b = ⟨f|1⟩. L’ampiezza dell’esito è αa + βb; la probabilità è quindi:
p(f) = |αa + βb|² = |α|²|a|² + |β|²|b|² + 2 Re(α*βa*b).
L’asterisco indica il complesso coniugato e Re la parte reale. L’ultimo termine contiene il rapporto di fase fra i contributi. La regola di Born è un ingrediente ulteriore del formalismo: la sola possibilità di sommare vettori non basta a dedurla.
Se misuriamo nella base {|0⟩, |1⟩}, per ciascun esito uno dei due contributi si annulla e leggiamo soltanto |α|² oppure |β|². Una misura che combina i due componenti può invece rendere accessibile la loro relazione di fase. La sovrapposizione resta una proprietà della descrizione rispetto a stati di riferimento specificati, anche quando la misura scelta non la distingue da una miscela.
Un esempio: stessi pesi, previsioni differenti
Costruiamo la famiglia di stati
|ψφ⟩ = (√3/2)|0⟩ + (eiφ/2)|1⟩.
Per ogni φ, la misura nella base iniziale dà probabilità 3/4 e 1/4. Consideriamo ora l’esito associato a |+⟩ = (|0⟩ + |1⟩)/√2. Applicando la formula precedente:
p(+) = |(√3 + eiφ)/(2√2)|² = 1/2 + (√3/4) cos φ.
Per φ = 0 otteniamo circa 0,9330; per φ = π otteniamo circa 0,0670. I pesi nella base iniziale sono identici, ma le due preparazioni producono statistiche molto diverse nella seconda misura. Non è necessario attribuire al sistema un’alternanza rapida fra |0⟩ e |1⟩: la previsione nasce direttamente dalla composizione delle ampiezze.
Questi numeri sono risultati di un modello didattico ideale, non dati sperimentali. La misura complementare, associata a |−⟩ = (|0⟩ − |1⟩)/√2, ha probabilità 1 − p(+).
Perché scegliere a caso non produce la stessa sovrapposizione
Confrontiamo quella preparazione con una procedura differente: in ogni prova prepariamo |0⟩ con probabilità 3/4 oppure |1⟩ con probabilità 1/4. Senza utilizzare l’etichetta della scelta, lo stato è descritto dalla miscela
ρmix = (3/4)|0⟩⟨0| + (1/4)|1⟩⟨1|.
Per l’esito +, ciascuna preparazione di base dà probabilità 1/2. La media pesata vale dunque (3/4)(1/2) + (1/4)(1/2) = 1/2. Nella sovrapposizione si sommano ampiezze; in questa miscela si mediano probabilità di preparazioni alternative. La differenza è osservabile attraverso misure appropriate.
La matrice dello stato puro |ψφ⟩⟨ψφ| possiede, nella base iniziale, elementi fuori diagonale √3 e−iφ/4 e il suo coniugato. La miscela indicata non li possiede. Tuttavia una sola misura può non bastare: per φ = π/2 anche lo stato puro dà p(+) = 1/2. Quella coincidenza non rende uguali gli stati; segnala che abbiamo scelto un test insufficiente a distinguerli.
«In sovrapposizione» rispetto a quali stati?
Un vettore puro può essere scelto come primo elemento di una base ortonormale. In quella base ha un solo coefficiente non nullo; in un’altra può averne diversi. Questo non permette di eliminare un effetto fisico cambiando notazione: se cambia la rappresentazione, anche la descrizione della misura deve cambiare in modo coerente, lasciando invariate le probabilità.
Perciò la frase «il sistema è in sovrapposizione» va completata indicando gli stati rispetto ai quali lo si sta descrivendo. La distinzione fra uno stato puro e la miscela del nostro esempio, invece, non scompare con un cambio di coordinate.
La linearità durante l’evoluzione
Il principio non si limita alla descrizione a un istante fissato. Per una medesima evoluzione unitaria U, vale:
U(α|u⟩ + β|v⟩) = αU|u⟩ + βU|v⟩.
Si possono evolvere i componenti e poi ricombinarli. Equivalentemente, combinazioni con coefficienti costanti di soluzioni della stessa equazione di Schrödinger sono ancora soluzioni. «Stessa» è essenziale: sommare soluzioni ottenute con Hamiltoniane o condizioni al contorno differenti non garantisce una soluzione del problema desiderato.
La linearità non significa che le fasi relative rimangano ferme. Se i componenti sono autostati con energie E₀ ed E₁, la fase relativa evolve come φ(t) = φ(0) − (E₁ − E₀)t/ℏ. La combinazione continua a essere trattata linearmente, mentre alcune probabilità di misura possono cambiare nel tempo.
Che cosa si può verificare e quali limiti restano
Modello: abbiamo usato uno spazio a due dimensioni, preparazioni pure controllate, una miscela specificata e misure proiettive ideali. Non abbiamo presentato misurazioni originali. Per trasformare l’esempio in un esperimento occorre realizzare e calibrare preparazione, controllo della fase e lettura.
Previsione controllabile: variando φ a pesi iniziali costanti, la probabilità dell’esito + deve seguire la dipendenza calcolata; la miscela considerata deve restituire 1/2. Scarti persistenti oltre le incertezze, dopo controlli indipendenti dell’apparato, metterebbero in discussione il modello operativo adottato. Un singolo scarto non dimostrerebbe da solo il fallimento del principio generale.
Limiti: la somma formale non garantisce che ogni preparazione sia accessibile con un apparato dato. La trattazione presuppone stati compatibili con i vincoli fisici del sistema; eventuali regole di superselezione richiedono una discussione separata. La sovrapposizione, inoltre, non risolve da sola il problema del singolo esito di misura e non seleziona un’interpretazione ontologica.
Il punto acquisito è preciso: comporre coerentemente stati significa conservare relazioni fra ampiezze che una semplice scelta casuale non conserva. Il principio organizza gli stati possibili e la loro evoluzione; la misura stabilisce quali conseguenze di quella composizione diventano distinguibili.
LABORATORIO INTERATTIVO
Stessi pesi, risultati diversi
Confronta una preparazione coerente con una scelta casuale tra gli stessi stati. Le percentuali sono previsioni del modello ideale, non conteggi sperimentali.
La miscela prepara |0⟩ nel 75% delle prove e |1⟩ nel 25%. Nella base iniziale entrambe danno P(0) = 75% e P(1) = 25%, a ogni fase.
Sovrapposizione
93,30%Probabilità dell’esito +
Miscela
50,00%Probabilità dell’esito +
Esito complementare: sovrapposizione 6,70%; miscela 50,00%.
Termine d’interferenza: +43,30 punti percentuali.
Questa misura distingue le statistiche delle due preparazioni.
Come leggere il confronto
Per l’esito |fθ⟩ = (|0⟩ + eiθ|1⟩)/√2 si ha P = 1/2 + (√3/4) cos(φ − θ). X usa θ = 0°, Y usa θ = 90°. La miscela dà sempre 1/2 per queste due misure.
A φ = 90° la misura X dà 50% in entrambi i casi, ma la misura Y dà circa 93,30% per lo stato puro. La coincidenza in un singolo test non dimostra l’uguaglianza degli stati. Le percentuali richiedono molte preparazioni identiche per essere confrontate con frequenze sperimentali.
Il grafico descrive soltanto questa famiglia di stati normalizzati e queste misure proiettive ideali. Non rappresenta traiettorie di particelle o un’onda materiale.